L’unica regola universalmente valida per il digital marketing è il buonsenso.

Ho realizzato che parlare di buonsenso può risultare banale, ma non scontato.

Il digital marketing è una cosa seria e l’avvento dei social media ha segnato una fase di grande fermento, passione, interesse e divulgazione.
Riflettendoci, quanti lavori possono contare una passione così smodata? La schiera di wannabe (parola la cui accezione non è per forza negativa) tende più al dibattito sportivo che a discussioni di business.
È un po’ questa la magia che dà grande vigore al sistema. Spesso chi “consuma” e chi produce sono la stessa cosa ed è facile sentirsi professionisti o sentirsi a un passo dal diventarlo.
Il contesto è potenzialmente idilliaco. Le migliori rivoluzioni culturali sono state frutto di grandi interessi, passioni, dibattiti e cultura partecipata. La sintesi di tante menti può produrre grandi frutti o abomini di disinformazione.

Una delle dinamiche che non ho timore a dire che odio è la tendenza a banalizzare.
Intendiamoci, semplificare è fondamentale, è corretto ma è anche speculativo.
Il problema è quando è solo e unicamente speculativo.

Perché in fondo basterebbe solo un po’ di buonsenso a capire che scrivere un articolo con 10 regole per fare marketing online può destare grande interesse e fervore nei molti appassionati, ma è anche il modo migliore per svilire processi laboriosi e articolati di analisi e strategia, producendo sedicenti professionisti.

Perché basterebbe buonsenso a capire che sbandierare l’arcana ricetta magica dei contenuti di qualità e contenuti utili è una formula troppo facile per chi scrive e troppo difficile per chi legge. Il modo migliore per non essere né utili né di qualità. Chi è abile a fare content marketing non teme di condividere qualche dettaglio in più. Altrimenti è solo una fiera di speech motivazionali in prosa…

Basterebbe buonsenso a capire che non tutti gli eventi sono uguali e che chi partecipa o meno ha le proprie ragioni, tutte valide, che non necessariamente vanno dibattute in pubblica piazza per creare eserciti di hater.
A nessuno interessano le vostre diatribe.
Quindi piantatela coi finti dissing che ormai non fruttano neanche più ai rapper. E vi confesso che mi sento abbastanza solo in questo mondo ad ascoltare quei cattivoni di Brooklyn.

Basterebbe buonsenso a spiegare che l’influencer non è un lavoro che si impara (e in Italia talvolta non è un lavoro), perché dialettica e carisma non si vendono al mercato e raramente spin doctor hanno trasformato colombi in cicogne. Figuratevi poche guide raccattate da fonti ritenute autorevoli solo perché scritte in inglese.

Sarebbe sufficiente un po’ di buonsenso per non spiattellare online screenshot di poveri cristi che evidentemente di digital marketing non ne sanno una mazza e fanno domande bizzarre. Sono gli stessi che vengono ai vostri e ai nostri corsi e non sono degni di attenzione solo quando mettono le mani nel portafogli.

Bisognerebbe esigere buonsenso da chi partecipa ai gruppi di discussione su Facebook. Superprofessionisti pronti ad avventarsi sul primo ragazzetto che non si è premurato di cercare se un topic fosse stato già discusso o semplicemente fa una domanda un po’ banale.
Quietatevi, essere troll non fa più figo. Se il dibattito non è degno delle vostre competenze non vi ci cimentate, rischiereste di far credere che non avete di meglio da fare.

Buonsenso, buonsenso, buonsenso, si potrebbe andare avanti per ore.

Basterebbe un po’ di buonsenso quando ci si lamenta del “livello basso” ricordando quante volte con queste pratiche abbiamo contribuito a renderlo tale.

Date dignità alla professione, semplificando ma approfondendo, raccontando i pregi ma anche le difficoltà. Costruite le relazioni con disponibilità e dialogo, che presto o tardi il pubblico screenshottato potremmo diventare noi.

Si ringrazia Simone Bennati per l’immagine evocativa in anteprima nelle condivisioni social 🙂 .

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